Un viaggio nella memoria collettiva, attraverso la musica, le illusioni e le conquiste di una generazione che ha creduto di poter cambiare il mondo. È questo il cuore de “Il ragazzo del secolo o della rivoluzione perduta”, incontro speciale della seconda edizione del Festival Incipit che ha visto protagonista Gino Castaldo, il più amato e autorevole giornalista musicale italiano, alla sua prima prova narrativa.
In un incontro intriso di musica, Castaldo ha spiegato subito il senso profondo del suo esordio nella narrativa, nato non dal desiderio di raccontare sé stesso, ma da una coincidenza storica ed esistenziale: «Non pensavo che la mia vita meritasse un’autobiografia, se non perché a un certo punto ho cominciato a ragionare su un pezzo della mia vita in cui la mia storia personale coincideva perfettamente con quella di una generazione». Una generazione che aveva diciott’anni nel 1968 e che ha vissuto la musica come un’esperienza fondativa e totalizzante. Nel romanzo, racconta Castaldo, la musica non è semplice colonna sonora ma forza trasformativa: «Non era solo una cosa bella da ascoltare, ma una forma di iniziazione alla vita, di comprensione, di educazione sentimentale». L’impatto dei Beatles prima e di Bob Dylan poi rappresenta l’inizio di una vera e propria folgorazione, un risveglio collettivo: «Sentire quella roba è stata una specie di sveglia, la sensazione che ci fosse un richiamo».
Da lì prende forma un racconto che intreccia luoghi, suoni e scoperte. Roma, ancora “provincialissima” a metà anni Sessanta, e il Piper Club diventano spazi di libertà e sperimentazione, mentre figure come Patty Pravo incarnano una nuova idea di emancipazione: «Era una ragazza della mia età, ma dieci anni avanti. Ti guardava con questo senso di sfida e diceva: io sono libera. E con i gesti e con le canzoni, faceva ciò che nella società non era ancora possibile.»
Il racconto attraversa poi l’altra grande polarità di quegli anni, rappresentata dai Rolling Stones, portatori di una rivoluzione istintiva e pagana: «Erano tempeste ormonali, sociali, esistenziali, cicloni che rompevano l’ordine costituito». Concerti che spesso non finivano, disordini, incomprensione totale da parte di chi organizzava: segni di un cambiamento che nessuno era ancora in grado di governare: quegli eventi non erano programmati, ma vissuti.



«Andare a un concerto significava uscire diversi da come si era entrati». È lo stesso spirito che anima il passaggio al ’68, alle proteste, alla politicizzazione del movimento, fino allo shock provocato dall’intervento di Pasolini: una figura capace di costringere tutti a confrontarsi con un pensiero scomodo ma necessario. Nel racconto trovano spazio anche le ombre: la violenza, il terrorismo, l’eroina. Ma Castaldo rifiuta una lettura riduttiva degli anni Settanta: «Definirli solo come anni di piombo è una cazzata. Il piombo è arrivato, ma gli anni Settanta sono stati anche quelli in cui sono state ottenute molte delle conquiste di cui ancora oggi godiamo». Tra queste, la rivoluzione femminista, vissuta anche nella dimensione privata e quotidiana, e raccontata con ironia attraverso le canzoni di Lucio Dalla.
Il romanzo segue così il filo della musica fino ai grandi passaggi di epoca: Hendrix, capace di segnare un “prima e dopo” nella storia della chitarra; De André, che affronta il pubblico ostile parlandoci faccia a faccia; fino a Battiato, che con La voce del padrone intercetta un sentimento collettivo e diventa, inaspettatamente, un fenomeno di massa.
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