Quarant’anni fa, nel novembre del 1984, gli Stati Uniti rieleggevano Ronald Reagan con una maggioranza travolgente. Oggi, nel novembre 2024, l’America ha scelto di nuovo Donald Trump. Due presidenti repubblicani, due epoche diverse, due visioni del mondo che condividono a malapena l’etichetta di partito. Metterli a confronto non significa solo confrontare due uomini: significa osservare, in controluce, la profonda metamorfosi culturale, politica e persino antropologica del Partito Repubblicano.
Ronald Reagan arrivava alla Casa Bianca come un conservatore classico. Ex attore, sì, ma anche governatore della California, uomo di partito, profondamente inserito nei meccanismi istituzionali. Il suo conservatorismo era ideologico, non identitario; si fondava su un’idea coerente di Stato minimo, di mercato libero, di leadership americana nel mondo. Reagan parlava di “morning in America”, di fiducia, di ottimismo nazionale. Anche quando era duro — e lo fu, soprattutto in politica estera — manteneva una grammatica politica riconoscibile, istituzionale, quasi pedagogica.
Donald Trump rappresenta l’opposto. Il suo background non è politico, ma mediatico e imprenditoriale. Non nasce dentro il Partito Repubblicano: lo occupa, lo trasforma, lo rimodella a propria immagine. Dove Reagan parlava di ideali, Trump parla di fedeltà. Dove Reagan cercava consenso, Trump cerca mobilitazione permanente. Il suo linguaggio non costruisce una visione del futuro, ma individua nemici nel presente: élite, media, istituzioni, avversari politici descritti non come rivali legittimi, ma come traditori.
Anche i valori evocati sono profondamente diversi. Reagan era un conservatore che credeva nella democrazia liberale come architettura da difendere e, se necessario, esportare. Trump è un populista che guarda alle istituzioni con sospetto, quando non con aperta ostilità, e che interpreta il potere come una relazione personale, non come una funzione regolata da norme. Reagan parlava di alleanze, Trump di rapporti di forza. Reagan vedeva l’America come guida del mondo libero; Trump la concepisce come un attore isolato che deve “vincere” contro tutti, alleati compresi.
Ma la differenza più significativa non riguarda solo i due presidenti: riguarda il partito che li ha espressi. Il Partito Repubblicano del 1984 era una coalizione ampia, attraversata da correnti diverse ma unite da un comune rispetto per le regole del gioco democratico. Era il partito di Reagan, certo, ma anche di figure come George H. W. Bush, Bob Dole, e più tardi John McCain. Leader con visioni diverse, ma accomunati da un’etica istituzionale solida.
John McCain resta, in questo senso, una figura simbolica. Durante la campagna elettorale del 2008 contro Barack Obama, McCain mostrò cosa significasse competere duramente senza delegittimare l’avversario. Celebre resta l’episodio in cui, durante un comizio, corresse una sostenitrice che definiva Obama “un arabo”: “No, signora. È un uomo perbene, un cittadino americano con cui ho profondi disaccordi”. Un gesto che oggi appare quasi anacronistico, ma che allora rappresentava un codice condiviso: l’avversario non era un nemico, ma un concorrente.
Quel codice, negli ultimi cinque anni, si è progressivamente dissolto. Il Partito Repubblicano ha subito una trasformazione che va oltre la linea politica: è cambiata la sua cultura. La fedeltà personale a Trump ha sostituito il dibattito interno. Il linguaggio si è fatto più rozzo, più aggressivo, più apertamente violento. La sconfitta elettorale non è più una possibilità fisiologica, ma un’ingiustizia da denunciare. Le istituzioni non sono più arbitri imparziali, ma ostacoli da piegare.
In questo senso, Trump non è solo un leader: è il prodotto e al tempo stesso il catalizzatore di un cambiamento antropologico. Il Partito Repubblicano si è spostato da un conservatorismo ideologico a un populismo identitario, in cui la politica non è più gestione del conflitto, ma sua esasperazione. Reagan cercava di allargare il campo; Trump lo restringe, separando costantemente un “noi” da un “loro”.
Nel 1984, l’America rieleggeva Reagan perché credeva in una narrazione condivisa del Paese e del suo ruolo nel mondo. Nel 2024, Trump vince in un’America profondamente frammentata, in cui quella narrazione non esiste più, o esiste solo per blocchi contrapposti. La distanza tra i due non è solo storica: è culturale, etica, simbolica.
Quarant’anni non sono solo un arco temporale. Sono la misura di quanto un partito — e con esso una parte dell’identità americana — possa trasformarsi. Da Reagan a Trump, il Partito Repubblicano non ha semplicemente cambiato leader. Ha cambiato linguaggio, valori, orizzonte. E forse, senza ancora rendersene conto fino in fondo, ha cambiato anche l’idea stessa di cosa significhi fare politica negli Stati Uniti.
Riccardo Lo Monaco

