Coronavirus in Sardegna: «Caccia all’untore da medioevo. Si rischia illecito penale» Intervista a Giovanni Battista Gallus

Una vera e propria caccia all’untore, potenziata dalla diffusione dei social e delle chat: a Extralive mattina parliamo di diritto alla privacy e deontologia professionale, a poche ore dalla diffusione dei dati personali del primo caso di coronavirus in Sardegna. Ospite in studio con Sergio Benoni e Giovanni Follesa l’avvocato Giovanni Battista Gallus, esperto in diritto d’autore, diritto penale e tutela della privacy che sull’argomento era intervenuto con un post sul proprio profilo facebook: «le regole deontologiche della professione giornalistica dicono qualcosa di abbastanza chiaro: l’articolo 10 tutela la dignità delle persone malate e fa delle eccezioni limitatissime in ordine alla diffusione delle generalità. Forse non c’è neanche la percezione di alcune regole basilari che riguardano il corretto trattamento dei dati personali ma anche il vivere civile. Determinate condotte, come circoscrivere i pazienti affetti o potenzialmente affetti o controllare le sfere di conoscenti sono attività che vanno gestite dall’autorità pubblica e questo è un punto fondamentale da cui non si può prescindere perché altrimenti torniamo indietro al racconto manzoniano o anche prima ad altre ipotesi di pestilenze in cui si faceva la caccia all’untore.»

Chi ha diffuso il luogo di lavoro del presunto paziente 0 sardo dovrebbe rileggere con maggiore attenzione gli artt. 5 e…

Pubblicato da Giovanni Battista Gallus su Lunedì 2 marzo 2020
Il post dell’avvocato Gallus

Da ricordare – ha aggiunto l’avvocato ai microfoni di Radio X – è anche la rilevanza penale di condotte di questo tipo: «Nel momento in cui ogni testata è alla disperata ricerca di risorse a un certo punto saltano anche i più basilari freni inibitori per generare traffico.» «[…] si può rischiare addirittura di commettere un illecito penale. Oltre alla sanzione penale ci possono essere anche sanzioni amministrative pecuniarie irrogate dal Garante, che sono molto pesanti, e la responsabilità civile, quindi il risarcimento dei danni. Pensiamo a tutti coloro che hanno contribuito a diffondere le generalità del paziente o le indicazioni sulla sua attività commerciale. Il danno patrimoniale che si cagiona a un’attività, con questa diffusione, è enorme. Mi auguro che quelli che hanno diffuso questi dati, anche via chat, vengano chiamati a risarcire.»

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