Francesco Abate e “Gli indegni”: il romanzo di una generazione cancellata :: Speciale Festival Incipit

abate incipit1
Francesco Abate al Festival Incipit (ph. Giulia Fo)

Presentare Gli indegni come “un romanzo” è forse riduttivo. Al Festival Incipit, Francesco Abate lo ha raccontato come si raccontano le cose che fanno ancora un po’ male: con ironia, autoironia e una sincerità che non chiede permesso. A dialogare con lui Sergio Benoni, in un incontro che fin dall’inizio ha chiarito una cosa: non ci sarebbe stata una presentazione ordinata, ma una conversazione vera, di quelle che saltano da un ricordo all’altro, da una risata a un nodo in gola. Gli indegni non è un’autobiografia, anche se dentro c’è parecchia vita vera: «Tutto quello che avete letto o che leggerete io l’ho conosciuto bene, l’ho vissuto». Ma non aspettatevi un memoir narcisista: il protagonista non è lui, anche se gli somiglia, e soprattutto non è un eroe. È uno di quelli che negli anni Ottanta stavano ai margini, considerati “sbagliati”, quando non direttamente “indegni”.

Il libro nasce lontano, nel 1990, quando a Cagliari arriva Pier Vittorio Tondelli, una sorta di apparizione mariana per chi, come Abate, cercava disperatamente qualcuno che dimostrasse che si poteva scrivere anche di loro: «Mi aveva fatto capire che si poteva raccontare anche di noi». Non i vincenti, non i primi della classe. Eppure, questo romanzo Abate non riesce a scriverlo per decenni. Non per pigrizia, ma per eccesso di giovinezza: «Se l’avessi scritto negli anni Novanta sarebbe stato un libro sbruffone, di autocompiacimento. Serviva tempo, distanza, e, come spesso accade, anche una bella botta. La malattia, l’ospedale, le giornate vuote. È lì che torna la scrittura, non come ambizione ma come necessità: ti puoi salvare soltanto con una cosa, con le storie».

A rimettere in moto tutto è Rosella Postorino, la sua editor, con una domanda semplice e letale: “Cosa sogni la notte?”. La risposta è immediata: storie. Fine della crisi esistenziale, almeno sul piano letterario. Abate scrive tre capitoli nel fine settimana, li manda, e scopre che sono esattamente quelli che aprono il libro. Gli indegni è anche un libro dedicato a chi non c’è più: amici persi, vite finite male, destini che non hanno avuto il tempo di diventare adulti: «La vera polpa sanguinante di questo libro è quella. È un romanzo che non fa sconti, ma evita accuratamente la retorica. Racconta chi non ce l’ha fatta senza trasformarlo in monumento, e forse proprio per questo li tiene vivi.»

Un grande spazio è occupato dalla musica, che non fa da sottofondo ma da identità. Patti Smith, le radio libere, i concerti come riti collettivi, e un irripetibile aneddoto su Grace Jones: «Era una divisa che ti mettevi addosso. Non una playlist nostalgica, ma un modo di stare al mondo. Quel concerto del 1979 a Firenze, con ottantamila ragazzi arrivati dalle province, è ricordato come un momento fondativo: prima di Spotify, prima degli influencer, prima che qualcuno decidesse cosa era giusto ascoltare.»

A emergere, nel racconto, è l’idea di una generazione che ha subito violenze, bullismo, esclusione, e che ancora oggi si vede negata la legittimità della propria esperienza: «Negandoci anche ora il diritto di essere esistiti. Ogni personaggio è un omaggio, spesso la somma di più persone reali, un modo per dire: c’eravamo, anche se non eravamo quelli giusti.»

GUARDA L’INCONTRO SU YOUTUBE

ASCOLTA IL PODCAST


Scopri di più da RADIO X

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.