Le elezioni presidenziali che preoccupano l’Europa

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La Slovacchia ha eletto il suo nuovo presidente in un momento cruciale della propria storia politica. Il vincitore, Peter Pellegrini, già presidente del Parlamento e primo ministro in passato, ha ottenuto la carica di Capo dello Stato con il 53% dei voti, superando il suo avversario, l’ex ministro degli Esteri Ivan Korčok, fermatosi al 47%. Sebbene il ruolo del presidente slovacco sia in gran parte cerimoniale, il peso simbolico e il contesto politico in cui avviene questa elezione sono tutt’altro che irrilevanti, sia per Bratislava che per Bruxelles.

Peter Pellegrini è infatti considerato il braccio destro del premier populista Robert Fico, tornato al potere lo scorso ottobre con una coalizione fortemente euroscettica e apertamente filorussa. Pellegrini, già membro del partito socialdemocratico Smer, presentandosi inizialmente come moderato ha, negli ultimi mesi, progressivamente allineato le sue posizioni a quelle di Fico, adottando toni nazionalisti, antieuropeisti, accusando l’Occidente di fomentare la guerra in Ucraina.

Nel suo discorso di vittoria, Pellegrini ha dichiarato che sarà “il presidente di tutti gli slovacchi” ma ha anche sottolineato che “la Slovacchia deve difendere i propri interessi nazionali, senza piegarsi a logiche straniere”. Un messaggio ambiguo, che da un lato cerca di rassicurare, dall’altro conferma l’intenzione di proseguire una politica estera più autonoma, meno vincolata agli orientamenti euro-atlantici.

La campagna elettorale si è svolta in un clima di forte polarizzazione. Da una parte, Ivan Korčok rappresentava la continuità filo-occidentale, sostenendo fermamente l’integrazione europea, l’aiuto all’Ucraina e i valori liberaldemocratici. Dall’altra, Pellegrini ha fatto leva su un sentimento diffuso di disillusione, paura della guerra, e risentimento verso l’UE, rafforzando una retorica identitaria e anti-establishment.

Gli osservatori hanno sottolineato come la disinformazione e la propaganda — spesso di matrice russa — abbiano giocato un ruolo non trascurabile nella formazione dell’opinione pubblica. I media statali e pro-governativi hanno demonizzato l’opposizione liberale, accusandola di voler “trascinare la Slovacchia in guerra”, mentre i sostenitori di Korčok sono stati spesso etichettati come “servi di Bruxelles”.

L’elezione di Pellegrini rafforza la posizione della Slovacchia all’interno del blocco filo-russo e conservatore in Europa centrale, guidato dall’Ungheria di Viktor Orbán. Si profila dunque un nuovo asse Bratislava-Budapest, ostile all’ulteriore sostegno militare a Kiev, critico verso le sanzioni contro Mosca e tendenzialmente contrario a una maggiore integrazione europea.

In una fase storica delicata, con le elezioni europee di giugno 2024 alle porte e una crescente ondata di populismi nazionalisti, la svolta slovacca rappresenta un campanello d’allarme per l’UE che si trova ora davanti a un paradosso: da un lato, deve rispettare l’esito democratico delle elezioni slovacche; dall’altro, non può ignorare la deriva illiberale e filorussa di uno Stato membro.

Uno degli effetti più immediati dell’elezione di Pellegrini sarà sulla politica della Slovacchia nei confronti dell’Ucraina. Già durante la campagna elettorale, il candidato ha ribadito la contrarietà all’invio di armi a Kiev, sostenendo che “la Slovacchia ha bisogno di pace, non di guerre altrui”.

La vittoria di Pellegrini potrebbe quindi consolidare la linea del governo Fico di cessare ogni supporto militare all’Ucraina, isolando ulteriormente i sostenitori di Zelensky nell’Europa centrale. Questo avviene in un momento in cui l’offensiva russa nel Donbass si è intensificata e l’aiuto occidentale si fa più urgente.

Le reazioni internazionali sono state caute. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, si è congratulata con Pellegrini, auspicando “una cooperazione costruttiva basata sui valori comuni dell’Unione”. Tuttavia, a Bruxelles serpeggia il timore che la Slovacchia si trasformi in un nuovo cavallo di Troia russo all’interno delle istituzioni europee, come già avviene con l’Ungheria.

Anche gli Stati Uniti hanno preso atto dell’esito elettorale, ma hanno sottolineato l’importanza per Bratislava di “rispettare i propri impegni internazionali e il principio di solidarietà tra alleati”.

L’insediamento ufficiale di Pellegrini è previsto per il 15 giugno. Da quel momento, la Slovacchia entrerà in una fase nuova, in cui il presidente e il premier saranno perfettamente allineati, rafforzando l’egemonia populista nel Paese. Questo scenario potrebbe avere ricadute anche sulla libertà di stampa, sull’indipendenza della magistratura e sull’equilibrio dei poteri.

Per l’Unione Europea, la sfida sarà duplice: da una parte, evitare un’escalation del conflitto interno con Bratislava, dall’altra contenere il contagio populista, difendendo al contempo i principi fondamentali dell’Unione.

Riccardo Lo Monaco