Guardando Civil War di Alex Garland, è difficile non provare una sensazione di disagio che va oltre l’impatto cinematografico. Non perché il film sia particolarmente esplicito nella violenza — Garland è anzi più interessato alla tensione che allo spettacolo — ma perché mette in scena uno scenario che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrato pura fantascienza politica e che oggi, alla luce del clima statunitense, appare inquietantemente plausibile.
Il film immagina un’America sprofondata in una guerra civile senza più linee ideologiche chiare, dove Stati federali combattono contro Washington, milizie irregolari affiancano eserciti improvvisati e il potere centrale sopravvive asserragliato nella capitale. Garland non si preoccupa di spiegare nel dettaglio le cause del conflitto. Ed è una scelta significativa: Civil War non racconta l’origine della frattura, ma il suo esito naturale, come se il punto di non ritorno fosse stato superato da tempo.
È impossibile non collegare questa visione alla polarizzazione estrema che attraversa oggi la società americana. La campagna elettorale, con lo scontro Trump da una parte e l’establishment democratico dall’altra, ha portato il linguaggio politico a livelli di aggressività inediti. Accuse di tradimento, delegittimazione preventiva del voto, minacce esplicite contro avversari, media e istituzioni: il dibattito pubblico sembra sempre meno un confronto e sempre più una guerra culturale permanente.
In questo contesto, Civil War funziona come uno specchio deformante ma riconoscibile. I personaggi del film combattono spesso senza sapere esattamente per cosa, ma sanno benissimo contro chi. L’altro non è più un avversario politico, ma un nemico esistenziale. È la logica che già oggi domina ampi settori del discorso pubblico americano, dove l’appartenenza politica è diventata identità totale e ogni compromesso è visto come un tradimento.
Garland evita con cura di schierarsi apertamente. Non indica un partito, un leader o un’ideologia come responsabili unici del disastro. Il suo bersaglio è più profondo: la normalizzazione della violenza nel linguaggio politico. In Civil War la brutalità non arriva all’improvviso, ma sembra il risultato di una lunga assuefazione collettiva. Esattamente come nella realtà americana odierna, dove parole che un tempo avrebbero scandalizzato oggi passano quasi inosservate, sommerse dal rumore costante dell’indignazione.
La scelta di seguire un gruppo di giornalisti di guerra è centrale. Sono osservatori che attraversano un Paese in frantumi cercando di documentare ciò che resta della verità. Ma anche loro appaiono stanchi, disillusi, a tratti cinici. Come se la violenza fosse diventata routine. È una metafora potente di un’America che, pur non essendo in guerra, vive già immersa in un clima di emergenza permanente, dove ogni notizia è un’escalation e ogni evento viene immediatamente politicizzato.
Ciò che rende Civil War particolarmente inquietante è la sua mancanza di futurismo. Non ci sono tecnologie avveniristiche, né regimi caricaturali. Tutto sembra partire da ciò che già esiste: armi diffuse, sfiducia nelle istituzioni, retorica incendiaria, leader che flirtano apertamente con l’idea della forza come strumento politico. Oggi, nel 2024, con una campagna elettorale segnata da minacce, complottismi e un livello di tensione sociale altissimo, lo scenario immaginato da Garland non appare più così lontano.
Il film non dice che una guerra civile negli Stati Uniti sia inevitabile. Ma suggerisce qualcosa di forse più inquietante: che le condizioni culturali e psicologiche perché accada non sono più impensabili. Civil War non è una profezia, né un pamphlet politico. È un avvertimento. Un promemoria cinematografico di cosa succede quando una democrazia smette di riconoscere il valore del dissenso e trasforma il conflitto politico in una questione di annientamento reciproco.
Uscire dalla sala dopo Civil War significa portarsi dietro una domanda scomoda: stiamo davvero guardando un futuro impossibile, o stiamo semplicemente osservando — accelerata e resa visibile — una deriva che è già cominciata?
Riccardo Lo Monaco

