Negli ultimi anni la cosiddetta cultura woke è diventata, soprattutto nel dibattito politico e mediatico occidentale, uno dei bersagli preferiti della destra più retrograda. Un’etichetta passe-partout, agitata come una minaccia indistinta, buona per spiegare — e semplificare — tutto ciò che non funziona nel mondo contemporaneo. Prima c’era la “cultura gender”, oggi c’è il “woke”: cambia il nome, resta la funzione. Trovare un nemico simbolico, possibilmente nuovo, possibilmente legato al cambiamento, e addossargli la colpa di trasformazioni che in realtà affondano le radici in processi storici, sociali e culturali ben più profondi.
Ma cos’è davvero la cultura woke, al di là della caricatura? Il termine nasce negli Stati Uniti all’interno delle comunità afroamericane e indica, nella sua accezione originaria, una presa di coscienza: essere “svegli”, vigili rispetto alle ingiustizie sociali, alle discriminazioni sistemiche, ai meccanismi di esclusione. Nulla di minaccioso, nulla di ideologico in senso stretto. Piuttosto, un invito ad allargare lo sguardo, a “vedere il mondo a colori”, riconoscendo che l’esperienza umana non è uniforme, né riducibile a un solo modello.
È proprio questa pluralità a spaventare una certa destra. Non tanto il contenuto delle rivendicazioni, quanto il fatto stesso che esse mettano in discussione convenzioni date per naturali. La cultura woke, come prima la cosiddetta cultura gender, viene presentata come un attacco alla tradizione, all’identità, ai valori. In realtà, ciò che mette in crisi non sono i valori in sé, ma la loro presunta immutabilità. Accettare che il mondo cambi, che le categorie si ridefiniscano, che le identità siano più complesse di quanto insegnato per generazioni, significa anche accettare di dover ripensare sé stessi.
Ed è qui che entra in gioco un elemento spesso sottovalutato: la paura. Non solo paura dell’altro, del diverso, del “singolare”, ma paura di ciò che accade quando si prende piena coscienza di sé e del mondo che ci circonda. Le convinzioni cristallizzate nel tempo funzionano spesso come rifugi rassicuranti. Metterle in discussione può essere destabilizzante, persino doloroso. La cultura woke, nel suo nucleo più autentico, chiede proprio questo sforzo: riconoscere che ciò che è sempre stato fatto “così” non è necessariamente l’unico modo possibile, né il più giusto.
Per questo viene dipinta come una minaccia totale, come un’ideologia invasiva che vuole cancellare la storia, riscrivere il linguaggio, imporre nuovi dogmi. Una narrazione che serve più a chi la costruisce che a chi la subisce: semplificare la complessità, trasformare il cambiamento in complotto, l’emancipazione in decadenza morale. È un meccanismo antico, che si ripete ogni volta che la società attraversa una fase di trasformazione profonda.
Detto questo, sarebbe intellettualmente disonesto ignorare le storture che possono nascere anche dall’eccesso opposto. Esiste una deriva per cui ogni esitazione, ogni difficoltà di comprensione, ogni lentezza nell’abbracciare la contemporaneità viene immediatamente letta come malafede, ottusità o addirittura odio. Non tutti coloro che faticano a orientarsi tra nuovi linguaggi, nuove identità e nuovi paradigmi sono “trogloditi” o “omofobi incalliti”. Spesso si tratta di persone che provengono da contesti culturali diversi, che non hanno gli strumenti o il tempo per rielaborare cambiamenti rapidi e profondi.
Quando la cultura woke perde la sua dimensione pedagogica e inclusiva e si trasforma in una pratica di scomunica morale, rischia di produrre l’effetto opposto a quello desiderato: irrigidire le posizioni, alimentare risentimento, offrire alla destra reazionaria l’alibi perfetto per rafforzare la propria narrativa vittimistica. Il progresso sociale non si misura solo dalla capacità di individuare le ingiustizie, ma anche da quella di accompagnare chi resta indietro senza umiliarlo.
In definitiva, la “cultura woke” non è il mostro che viene descritto, né una panacea universale. È uno dei tanti tentativi, imperfetti e contraddittori, di dare un nome e una risposta alle trasformazioni del presente. Demonizzarla in blocco significa rifiutare il confronto con la realtà; assolutizzarla significa smarrire il senso della complessità umana.
Forse la vera sfida non è scegliere tra woke e anti-woke, ma accettare che il mondo non è più in bianco e nero. E che imparare a vederlo a colori — senza paura, ma anche senza arroganza — è il compito più difficile, e più necessario, del nostro tempo.
Riccardo Lo Monaco

