Fast fashion, ambiente e diritti: dalla Sardegna una campagna per raccontare il costo nascosto dei vestiti: «Il vero lusso è ciò che dura»

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Dietro una maglietta acquistata a pochi euro possono nascondersi sfruttamento del lavoro, consumo incontrollato di risorse naturali e gravi conseguenze ambientali. È da questa consapevolezza che nasce Qui c’è stoffa!, laboratorio di comunicazione condivisa, ecologia politica e pratiche dell’ascolto ideato da Studiovuoto, cui hanno preso parte le studentesse e gli studenti della 3B del Liceo Scientifico Michelangelo Pira di Siniscola, nell’ambito dell’iniziativa Fai la moda giusta, dedicata alla sensibilizzazione sul fenomeno del fast fashion. Ne abbiamo parlato in questa puntata di Un caffè a Radio X, nella quale Sergio Benoni ha ospitato l’artista e ricercatrice Valeria Muledda, fondatrice di Studiovuoto, l’educatrice ambientale Maria Luisa Mason del CEAS Santa Lucia di Siniscola e lo studente Gabriel Mureddu per raccontare i dettagli di questo percorso che ha portato alla creazione di uno spot radiofonico bilingue da oggi in onda sulle frequenze di Radio X.

Un risultato che, come spiegano i protagonisti, rappresenta però soltanto la parte più visibile di un percorso molto più ampio: «Lo slogan è una frase incisiva che deve fare breccia nell’indifferenza della gente per sollevare un problema. Il problema di cui si parla è il fast fashion, cioè l’uso che facciamo, anche disordinato, ultra vorace, di capi di abbigliamento comprati attraverso le grandi catene di distribuzione che poi finiscono buttati al macero», spiega Valeria Muledda / Studiovuoto, che ha ideato e condotto il laboratorio Qui c’è stoffa!, costruendolo come un’esperienza del fare comunità in continuità consapevole con il territorio e con l’ambiente.

Il percorso del laboratorio ha affiancato pratiche artistiche, discipline e linguaggi diversi (arte sonora e radiofonica, storytelling, arti performative, ecologia politica, scienze naturali e ambientali, pratiche pedagogiche), ponendo al centro l’esperienza fondamentale dell’ascolto come strumento quotidiano di presenza e trasformazione comunitaria.

L’obiettivo non era soltanto produrre uno slogan efficace, ma creare uno spazio di riflessione condivisa nel quale gli studenti potessero confrontarsi con le implicazioni ambientali e sociali delle proprie scelte quotidiane: «Qui c’è stoffa racconta subito il fatto che la stoffa sono le ragazze e i ragazzi che hanno partecipato a questo laboratorio e siamo noi insieme. La sfida è stata quella di raccogliere la possibilità di creare insieme uno slogan radiofonico. Volevamo fare comunicazione condivisa come azione diretta».

Alla base del lavoro c’era una domanda semplice solo in apparenza: come può una maglietta che attraversa mezzo mondo, dalla produzione delle fibre alla confezione finale, costare meno di un panino? Da questo interrogativo è partita una riflessione collettiva sulle conseguenze del fast fashion: sfruttamento delle risorse ambientali, diritti negati, lavoro sottopagato, inquinamento e consumo incontrollato.

A raccontare l’esperienza è Gabriel Mureddu, una delle voci dello spot: «La cosa che mi ha colpito di più sono state la partecipazione collettiva che abbiamo avuto. Tutti abbiamo messo del nostro contro un tema comunque molto attuale. Tramite una partecipazione collettiva abbiamo tirato fuori uno slogan con anche un significato abbastanza profondo». Lo slogan elaborato dagli studenti è diventato il cuore della campagna: «Il vero lusso è ciò che dura di più della stagione, perché la qualità non va in saldo, il tempo sì».

Nel corso del laboratorio le ragazze i ragazzi hanno attraversato lo spazio di contaminazione tra ambiti, pratiche artistiche e discipline di Qui c’è Stoffa! approfondendo l’aspetto del suono come cultura sonora e creazione, arrivando ad indagare con nuovi strumenti e nuovi occhi le condizioni di lavoro nei Paesi che alimentano la filiera globale dell’abbigliamento a basso costo: «Abbiamo visto delle scene di bambini e della situazione del Bangladesh, che le industrie sfruttano. Non viene valorizzato il loro lavoro. Ci sono persone che magari rinunciano ai propri sogni per poter dare un futuro a dei fratelli o a delle sorelle». Una riflessione che si collega direttamente a una delle tragedie simbolo del settore: il crollo del Rana Plaza, avvenuto in Bangladesh nel 2013, nel quale persero la vita oltre mille lavoratori del comparto tessile. Un episodio richiamato anche nello spot radiofonico e utilizzato come punto di partenza per interrogarsi sul costo reale degli abiti acquistati a prezzi sempre più bassi.

Uno degli aspetti più originali del progetto riguarda la scelta linguistica. Lo spot alterna infatti italiano e sardo baroniese, evitando che una lingua sia la semplice traduzione dell’altra: «La volontà condivisa da tutti è stata che lo slogan fosse bilingue, che ci rispecchiasse in quanto bilingui», racconta Muledda. «Volevamo che fosse in sardo e in italiano e soprattutto che l’italiano o il sardo non fossero la traduzione l’uno dell’altro, ma che andassero insieme, un po’ come quando nella nostra vita quotidiana usiamo tutte e due le lingue». Un lavoro che ha visto la partecipazione di Mauro Piredda di I-Scripta, giornalista, traduttore ed esperto di lingua sarda, coinvolto per sostenere la costruzione di un testo che facesse emergere il sardo come lingua viva e contemporanea.


Hanno contribuito al percorso del laboratorio racconti sonori di artiste e ccompagne di viaggio della famiglia di Studiovuoto: Maria Giulia Berardi, Marco Liguori, Antonio Mannu,
Nikolay Oleynikov.

L’iniziativa si inserisce nel più ampio progetto Fai la moda giusta, promosso dal CEAS Santa Lucia grazie a un finanziamento della Regione Sardegna destinato ai centri di educazione ambientale dell’isola per affrontare il tema del fast fashion: «La Regione Sardegna quest’anno ha finanziato cinquantanove CEAS per affrontare questa tematica», ricorda Maria Luisa Mason: «Ha deciso che in maniera capillare tutti i CEAS della Regione Sardegna dovevano affrontare questa tematica perché ha capito quanto impatto ha sia a livello ambientale che sociale. È davvero una problematica globale».

Il CEAS Santa Lucia, attivo dal 2007 all’interno del sistema regionale IN.F.E.A.S., opera da anni nelle scuole e sul territorio promuovendo attività dedicate alla sostenibilità ambientale, alla tutela del sistema dunale di Capo Comino e alla valorizzazione del patrimonio naturalistico locale. Tra le iniziative più apprezzate anche La seconda vita delle cose, progetto di scambio e riuso che punta a contrastare la cultura dell’usa e getta: «È un’occasione di dono e di scambio dove le persone portano vari oggetti, in particolare abbigliamento ma non solo, anche libri, giochi per bambini e tante altre cose. È un modo per stare insieme, confrontarci e quest’anno abbiamo aggiunto anche lo scambio di saperi».

Anche la realizzazione tecnica dello spot è stata pensata come un’opera collettiva: accanto alle voci degli studenti compaiono registrazioni ambientali, suoni della vita quotidiana, rumori della scuola e riferimenti sonori a Dhaka, capitale del Bangladesh e simbolo delle contraddizioni dell’industria della moda veloce. A chiudere il lavoro è la produzione musicale originale di Andrei Barbu Vienamin Manca, studente della 3ª B che ha messo il proprio talento al servizio del progetto. Un contributo che completa un percorso nato per dimostrare come anche la comunicazione possa diventare uno strumento concreto di consapevolezza e cambiamento.

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