Imane Khelif, tra ignoranza e ossessioni identitarie

imane kheif

Le Olimpiadi dovrebbero essere il luogo in cui lo sport supera confini, stereotipi, ideologie. E invece, ancora una volta, diventano il teatro di polemiche che poco hanno a che fare con il ring e molto con l’ossessione identitaria di una parte del dibattito pubblico occidentale.
Al centro della bufera c’è Imane Khelif, pugile algerina, atleta di alto livello, finita nel mirino di alcuni giornali italiani che l’hanno definita “un uomo algerino”, ricorrendo a un misgendering tanto gratuito quanto indecoroso. Non una svista, ma una scelta linguistica deliberata, amplificata poi da commentatori e opinionisti che hanno riesumato, con riflesso pavloviano, gli spauracchi del “gender” e del “woke”.
Il copione è noto: si prende un caso complesso, lo si semplifica brutalmente, lo si inserisce in una narrazione ideologica già pronta e lo si usa come clava culturale. Il risultato? Un dibattito tossico in cui la realtà biologica e sportiva viene sacrificata sull’altare della propaganda.
Uno degli argomenti più agitati riguarda il testosterone. È bene chiarirlo con semplicità: una quantità maggiore di testosterone in una donna non la rende un uomo. Così come livelli più bassi di testosterone – presenti in moltissimi uomini, compresi palestrati dall’aspetto iper-mascolino – non li trasformano in donne.
Il corpo umano non è un interruttore binario. È un sistema complesso, con variabilità naturali che la scienza studia da decenni. Nel mondo dello sport esistono regolamenti, criteri medici, parametri stabiliti dalle federazioni internazionali. Si può discutere – e si discute – su come debbano essere aggiornati, interpretati o migliorati. Ma farlo richiede competenza, non slogan.
Ridurre tutto a “è un uomo” significa ignorare deliberatamente la complessità biologica e giuridica. E, nel caso di Khelif, significa colpire una donna, un’atleta che gareggia nella sua categoria secondo le regole vigenti, trasformandola in bersaglio mediatico.
La vicenda ha riattivato un repertorio retorico ormai consumato: la “teoria gender”, la “deriva woke”, l’“attacco ai valori”. Termini usati spesso come etichette vuote, funzionali a mobilitare paure piuttosto che a comprendere i fatti.
C’è una parte della destra occidentale che sembra incapace – o non interessata – a distinguere tra questioni diverse: identità di genere, intersessualità, regolamenti sportivi, diritti civili. Tutto viene fuso in un unico calderone polemico. E ogni caso diventa la prova di una presunta minaccia sistemica.
Il problema non è solo l’errore. È la volontà di non sapere. Di non studiare. Di non approfondire. Di preferire il titolo acchiappa-click alla responsabilità dell’informazione.
Lo sport, per sua natura, mette in scena corpi eccezionali: più forti, più veloci, più resistenti della media. Nessuno si scandalizza se un nuotatore ha leve fuori scala o se un cestista supera i due metri. Ma quando la differenza tocca le categorie che riteniamo identitarie – maschile, femminile – allora scatta l’allarme.
Forse perché mette in crisi certezze semplici. Forse perché costringe a riconoscere che la realtà è più articolata delle formule scolpite nei talk show.
Comprensibile che i “patrioti”, quelli per i quali vagina = donna e pene = uomo, senza mai prendere in considerazione la varietà dei generi, delle condizioni biologiche, delle identità, oggi, davanti a una vagina che tira pugni come Mike Tyson, vadano nel pallone, perdendo le loro granitiche certezze e non capiscano più nulla.
Forse però potrebbe essere l’occasione buona per far pace con i loro mostri interiori. Così, magari, forse, potrebbero iniziare a parlare di sport, di scienza e di diritti senza trasformare ogni persona, ogni vita umana, in un campo di battaglia ideologico.
Nel frattempo, sul ring si combatte. E sarebbe bello che, almeno lì, vincessero competenza e rispetto.

Riccardo Lo Monaco