Parigi, l’arte, il corpo e lo scandalo: cosa raccontano davvero le polemiche sull’“Ultima Cena” queer

ultima cena

All’indomani della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Parigi 2024, lo spettacolo lungo la Senna – visionario, barocco, dichiaratamente politico nel senso culturale del termine – continua a far discutere. Non per la pioggia che ha trasformato la città in un palcoscenico liquido, né per l’audacia logistica di una sfilata fluviale mai vista prima. Al centro delle polemiche c’è invece una sequenza performativa che alcuni esponenti religiosi e politici hanno bollato come una “parodia blasfema dell’Ultima Cena”, per via della presenza di performer drag e di un’impostazione scenica che ricordava, a detta dei critici, il celebre Cenacolo.
Le accuse non si sono fatte attendere: offesa al cristianesimo, provocazione gratuita, attacco ai valori occidentali. Sui social e nelle dichiarazioni ufficiali, soprattutto da ambienti della destra conservatrice, si è parlato di “sfregio”, di “deriva ideologica”, di “umiliazione della fede”.
Eppure, come hanno chiarito gli organizzatori, la scena non intendeva rappresentare l’Ultima Cena. L’ispirazione dichiarata era un banchetto pagano legato alla figura di Dionisio: celebrazione del corpo, dell’ebbrezza, della pluralità, della trasformazione. Un riferimento coerente con la tradizione classica che attraversa la cultura europea e con l’identità laica della Francia repubblicana, che rivendica la separazione tra sfera religiosa e spazio pubblico.
La Francia ha fatto della laicité uno dei cardini del proprio ordinamento. In questo quadro, un evento globale come l’apertura olimpica diventa anche un’espressione culturale della nazione ospitante. Non una liturgia religiosa, ma un racconto simbolico: storico, artistico, talvolta provocatorio.
Che una performance utilizzi codici visivi evocativi – tavolate, pose frontali, composizioni simmetriche – non implica automaticamente una volontà di parodia sacrilega. Il linguaggio dell’arte è fatto di citazioni, stratificazioni, rimandi. E se anche ci fosse stato un riferimento consapevole al Cenacolo, occorrerebbe ricordare un punto essenziale: l’Ultima Cena più famosa della storia è un’opera di Leonardo da Vinci, un artista rinascimentale, uomo del suo tempo, non una immagine “consegnata” direttamente dal divino.
Il Cenacolo leonardesco è già, in sé, un’interpretazione. Una rappresentazione culturale e storica di un episodio evangelico, filtrata dallo sguardo, dalla sensibilità e dalla ricerca prospettica di un uomo del Quattrocento. È arte che interpreta il sacro. Non il sacro che si auto-rappresenta.
Senza perdere di vista un aspetto fondamentale: tutta l’iconografia cristiana attinge a piene mani dalla simbologia pagana.
Se l’arte può interpretare il testo sacro nel Rinascimento, perché non potrebbe reinterpretare l’arte rinascimentale nel XXI secolo?
Ciò che sembra aver acceso davvero la miccia non è tanto il possibile rimando iconografico, quanto la presenza di performer drag e di un’estetica dichiaratamente queer. È qui che la polemica si fa politica.
Il corpo non conforme, il genere fluido, la teatralità eccedente della cultura drag diventano per una parte del discorso pubblico un elemento destabilizzante. Non è la citazione in sé a scandalizzare, ma chi la incarna.
In altre parole, la scena sarebbe stata percepita come meno “blasfema” se a occupare quella tavolata fossero stati corpi aderenti alla norma eterosessuale tradizionale? La domanda non è retorica. La storia delle polemiche artistiche dimostra che spesso l’indignazione si concentra non sull’atto creativo in astratto, ma sui soggetti che lo compiono e sui simboli che rappresentano.
Non è un mistero che una parte della destra europea e occidentale abbia fatto della battaglia contro la cosiddetta “ideologia gender” uno dei propri cavalli di battaglia identitari. In questo contesto, una scena che celebra la pluralità dei corpi e delle identità viene letta come provocazione politica, anche quando nasce come espressione artistica.
Le Olimpiadi sono, per definizione, un evento globale. Ogni scelta scenografica viene osservata, scomposta, giudicata. Ma la storia dell’arte e dello spettacolo è fatta di tensioni tra tradizione e reinterpretazione.
Le grandi opere iconiche non sono monumenti intoccabili. Sono immagini vive, che attraversano i secoli proprio perché vengono guardate, discusse, rilette. Il Rinascimento reinterpretò l’antichità classica; il Barocco teatralizzò il sacro; l’arte contemporanea dialoga con tutto questo, spesso in modo irriverente.
Confondere una rilettura simbolica con un attacco alla fede significa attribuire all’arte un potere distruttivo che raramente possiede. L’arte interroga, provoca, talvolta disturba. Ma non cancella la fede di chi crede.
Le reazioni delle ultime ore dicono molto del clima culturale europeo. In una Francia che rivendica la propria laicità e la propria tradizione di libertà espressiva, la presenza di un immaginario queer su un palcoscenico globale diventa per alcuni il simbolo di una presunta “decadenza”.
Ma forse la vera questione è un’altra: chi ha il diritto di occupare lo spazio simbolico pubblico? Solo le identità tradizionali o anche quelle che per secoli sono rimaste ai margini?
Parigi ha scelto di raccontarsi come città della mescolanza, dell’arte che attraversa i corpi, della libertà che si mette in scena. Che questo possa non piacere a tutti è fisiologico. Che diventi pretesto per rilanciare narrazioni di esclusione e sospetto è, invece, un segnale politico.
Le Olimpiadi passeranno. Le polemiche pure. Resterà, forse, una domanda più ampia: in che misura siamo disposti ad accettare che i simboli – anche quelli che riteniamo più sacri – siano parte di un dialogo culturale continuo?
Perché la storia dell’arte, come quella delle società, è sempre stata questo: interpretazione, conflitto, trasformazione.

Riccardo Lo Monaco