Perché Franz Kafka parla ancora al nostro tempo

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Il 3 giugno 1924, a Kierling, vicino Vienna, moriva Franz Kafka. Aveva appena quarant’anni, lasciava pochi libri pubblicati e la convinzione di aver fallito come scrittore. A cent’anni dalla sua morte, Kafka è invece uno degli autori più letti, citati e – soprattutto – riconosciuti come profetici del Novecento e oltre. Non perché abbia previsto il futuro, ma perché ha saputo descrivere con lucidità inquietante le strutture profonde del potere, dell’alienazione e dell’angoscia moderna. Strutture che oggi, nel XXI secolo, appaiono tutt’altro che superate.
Kafka è attuale perché non parla di un’epoca, ma di una condizione. I suoi personaggi vivono intrappolati in sistemi opachi, impersonali, apparentemente razionali e in realtà inaccessibili. Il processo, Il castello, La metamorfosi non raccontano solo storie individuali: mettono in scena il rapporto tra l’essere umano e apparati che lo superano, lo schiacciano e lo svuotano di senso. In un mondo come il nostro, dominato da burocrazie globali, algoritmi decisionali e poteri sempre più lontani dai cittadini, Kafka non appare come un autore del passato, ma come un cronista anticipatore.
Nel Processo, Josef K. viene arrestato senza conoscere l’accusa, trascinato in un procedimento infinito, privo di trasparenza e di difesa reale. È difficile non cogliere assonanze con la sensazione diffusa, oggi, di essere giudicati da sistemi automatici: rating creditizi, algoritmi di selezione, procedure amministrative digitali che decidono l’accesso a diritti, servizi, opportunità. La colpa non è più morale, ma tecnica; non si sa perché si è esclusi, solo che lo si è. Kafka aveva intuito questa forma di impotenza prima ancora che la tecnologia la rendesse quotidiana.
Nel Castello, l’autorità è distante, irraggiungibile, frammentata in uffici, intermediari e messaggi contraddittori. È una metafora perfetta del potere contemporaneo, soprattutto in un’epoca di governance multilivello: Stati, organizzazioni sovranazionali, mercati, piattaforme private. Tutti decidono, nessuno risponde davvero. Il cittadino — come il protagonista K. — si muove in un labirinto amministrativo in cui la razionalità promessa si trasforma in frustrazione permanente.
Kafka è anche lo scrittore dell’alienazione lavorativa. Nei suoi racconti, il lavoro non è mai emancipazione, ma obbligo, dovere incomprensibile, fonte di ansia e colpa. In La metamorfosi, Gregor Samsa non si preoccupa di essersi trasformato in un insetto, ma di aver perso il treno per andare in ufficio. È un’immagine potentissima che parla al presente: la centralità totalizzante della produttività, l’identificazione dell’individuo con la sua funzione economica, il senso di colpa per il semplice fatto di non essere performanti.
A cent’anni dalla sua morte, Kafka dialoga anche con la crisi dell’identità. I suoi personaggi non sanno mai davvero chi sono: sono definiti da ruoli, accuse, aspettative esterne. In un’epoca come la nostra, segnata da identità fluide ma anche da etichette imposte — sociali, professionali, digitali — Kafka continua a offrire una chiave di lettura essenziale. L’individuo kafkiano è frammentato, osservato, giudicato, spesso ridotto a un numero o a una funzione. Una condizione che oggi si declina tra social network, sorveglianza digitale e esposizione permanente.
Ma Kafka è attuale anche per il suo modo di raccontare il potere. Nei suoi testi, il potere non è mai spettacolare o apertamente violento: è grigio, amministrativo, burocratico. Non urla, ma logora. Non reprime frontalmente, ma intrappola. È forse la forma di dominio più efficace e più difficile da contrastare. In questo senso, Kafka parla direttamente alle democrazie contemporanee, ricordando che l’oppressione non nasce solo dai regimi autoritari, ma anche dall’opacità, dall’assenza di responsabilità, dalla disumanizzazione dei processi.
Infine, Kafka è attuale perché non offre soluzioni. Non c’è catarsi, non c’è redenzione, non c’è lieto fine. I suoi personaggi non vincono, non imparano, non si emancipano. E proprio per questo Kafka continua a essere onesto. In un’epoca ossessionata dal pensiero positivo e dalla semplificazione, la sua letteratura ci costringe a sostare nel disagio, a riconoscere l’angoscia come parte strutturale dell’esperienza moderna.
Oggi, a cento anni dalla sua morte, Franz Kafka non è un autore da commemorare, ma da interrogare. Non ci rassicura, non ci consola, non ci guida. Ci mette davanti a uno specchio scomodo. E finché il mondo continuerà a produrre sistemi più grandi degli esseri umani che li abitano, Kafka continuerà a sembrarci non solo attuale, ma necessario.

Riccardo Lo Monaco