Crisi dei pubblici esercizi – Emanuele Frongia: «No azioni eclatanti, per resistere serve programmazione»

Oltre 11.000 aziende attive nell’ambito della ristorazione, 900 milioni di euro di perdite e 14.000 dipendenti in cassa integrazione: sono i numeri di una crisi nera per bar e pubblici esercizi che nonostante importanti investimenti per adeguarsi alle norme di sicurezza, continuano a non vedere la fine del tunnel. Ne abbiamo parlato con Emanuele Frongia, rappresentante della Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi della Confcommercio: «Ci stiamo rassegnando a un’incapacità di leggere il futuro. La situazione è drammatica non solo per noi ma per tanti altri comparti. Sembra che i pubblici esercizi siano gli untori d’Italia: il problema è che c’è una mancanza di controlli che non premia chi nonostante tutte le difficoltà cerca di rispettare le norme ed essere in regola e poi si trova a fare i conti con chi se ne frega. Di questi “pirati” ne abbiamo anche in Sardegna ed è assurdo che il comportamento di pochi vanifichi completamente tutto il lavoro e la pazienza degli altri operatori. Varie volte abbiamo mandato comunicazioni per richiedere attenzione su determinati fenomeni, ma non vogliamo e non possiamo sostituirci a chi deve occuparsi del controllo.»

«Bisogna però evitare di reagire di pancia, e iniziare a capire che non ci sono i soldi per tutti e che per uscire da questa situazione si deve pensare a una pianificazione sul lungo periodo. Per quanto riguarda i mutui, anche quelli già erogati, stiamo chiedendo la possibilità di spalmare i rientri in 20-30 anni, e riaprire un’altra finestra che permetta di chiedere nuove risorse da restituire sempre in tempi più lunghi. […] Siamo in una condizione in cui abbiamo perso anche la ragione. Molti di noi non hanno più nemmeno la tranquillità per poter ragionare. La Comunità Europea ha già messo in campo delle risorse che verosimilmente arriveranno tra marzo e aprile. Serve lucidità, serve pianificare e provare a tenere banco magari parlando con i propri dipendenti e con i fornitori, cercando di restare in piedi. Bisogna resistere ed è difficile. Siamo contrari, come FIPE, a proteste e disobbedienze che possono mettere a repentaglio la propria azienda. Non c’è bisogno di azioni eclatanti per fare capire al governo che siamo alla frutta. Ne usciremo tutti quanti con le ossa rotte e l’unica cosa che si può fare di realmente costruttivo è cercare di pianificare i prossimi anni…»

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