«Io ho deciso, quando ero ormai grandicella, che mi sarebbe piaciuto fare la sociologa urbana perché io non ho senso dell’orientamento. Da quando sono nata mi sono sempre persa quasi a caso. La mia fiaba preferita era Pollicino, che era il mio eroe perché era riuscito a trovare un modo per ritrovare la strada. Crescendo ho scoperto che questo “difetto” poteva diventare una forza: il potere di perdersi è molto utile quando devi studiare i luoghi. È quella che chiamano serendipità: trovi quello che non sapevi neanche di stare cercando».
La città come spazio da abitare, osservare e rispettare, ma anche come luogo in cui perdersi per scoprire nuove vie: la sociologa Ester Cois è l’ospite di Ilene Steingut in questa puntata di Un caffè a Radio X: docente all’Università di Cagliari e studiosa di sociologia urbana, ci ha raccontato il suo percorso, aprendo uno sguardo su come viviamo e trasformiamo i luoghi che abitiamo: «Una sociologa urbana cerca di capire come le persone si rapportano allo spazio in tutti i sensi: come lo abitano, come lo vivono, come lottano per conquistarlo, che significati gli attribuiscono. Uno spazio diventa “luogo” quando qualcuno gli dà un significato».
Non un esercizio accademico fine a se stesso, ma una pratica che deve avere ricadute concrete: «La sociologia urbana ha senso solo se applicata, se serve a qualcuno. Serve a capire come stanno cambiando i territori, per esempio se stanno peggiorando. Se riusciamo a ricostruire i comportamenti che portano a certi effetti, possiamo anche modificarli». Inevitabile una riflessione sulla città post-pandemica: «È cambiata la percezione degli spazi privati e pubblici. La separazione tra casa e lavoro non l’abbiamo mai recuperata davvero. Non ci sembra più così assurdo essere invasi dalle riunioni di lavoro mentre siamo in cucina o in pigiama. Ma è mutato anche il rapporto con gli spazi collettivi: all’inizio eravamo affamati di spazio pubblico, lo aggredivamo quasi per riprendercelo. Però senza aver elaborato pienamente il trauma. Mi sarei aspettata un maggiore rispetto per gli spazi, e invece vedo un peggioramento».
L’impatto dei social è altrettanto profondo, con ricadute anche sui luoghi che frequentiamo: «Lo spazio attrae perché è “Instagrammabile”. Il primo impulso non è godermi il momento, ma rappresentarlo per dire: guardate dove sono». Una dinamica che alimenta anche fenomeni come l’overtourism, dove non è solo il turismo di massa a creare problemi, ma anche quel turismo sgraziato che pretende di trasformare chi abita i luoghi in figuranti di un set permanente: «C’è quell’altra parte di turismo anche low cost che ti rende possibile fingere di essere un esploratore urbano senza averne gli strumenti, e andare proprio a cercare di insinuarti nella vita ordinaria delle persone. Quindi non nei luoghi che sono deputati all’attrattività turistica, pretendendo di avere lo stesso trattamento. Non so, il ristorantino dove vanno soltanto i locali che io ho scoperto per primo, poi però magari non parlo la lingua, metto in difficoltà le persone, sto sempre lì a fotografare la gente che sta vivendo la sua vita ordinaria… ed è chiaro che è un fastidio, perché tu stai entrando a gamba tesa nella vita delle persone».
In chiusura, un esperimento da fare a Cagliari: prendere la guida ottocentesca di Giovanni Spano e attraversare la città cercando ciò che resta, ciò che è cambiato, ciò che è scomparso: «Così si riesce a leggere in filigrana un mini viaggio nel tempo. Quei luoghi che percorriamo ogni giorno hanno visto centinaia di migliaia di persone prima di noi. Continuano a raccontare storie, ma bisogna trovare la chiave per leggerle».
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