Un caffè a Radio X con Frenci Sanna: «Così racconto ai bambini temi difficili come migrazioni, ansia e identità»

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“Una cosa che mi ricordo tanto di quando ero più piccola è che mi chiedevo sempre: “Ma io so disegnare?”. Perché disegnare è un grande impegno, soprattutto quando diventa il tuo lavoro. Poi però col tempo ho capito che non è tanto una questione di saper disegnare oppure no: per me il disegno è diventato più un modo per cercare di capire le cose”.

Frenci Sanna, autrice e illustratrice nata a Cagliari e oggi tra le voci più riconosciute della letteratura illustrata per l’infanzia a livello internazionale, è l’ospite di Ilene Steingut in questa puntata di Un caffè a Radio X. I suoi libri sono tradotti in oltre venti lingue e affrontano temi complessi con uno sguardo accessibile anche ai più piccoli. Ai nostri microfoni ha raccontato il suo percorso, iniziato proprio in Sardegna tra fumetti e albi illustrati: «La mia libreria è sempre stata piena di albi illustrati e fumetti», racconta, ricordando anche l’imbarazzo adolescenziale di continuare a comprare “libri per bambini” a 14 anni: «Mi chiedevano “lo vuoi incartare, è un regalo?” e io dicevo di sì. Poi tornavo a casa e li scartavo per me».

Un momento importante del suo percorso è stato l’incontro con il mondo degli autori durante il festival Tuttestorie di Cagliari: «Quando vedi gli albi illustrati difficilmente immagini chi ci sia dietro. A Tuttestorie invece li potevi incontrare, ci potevi parlare: c’era questa settimana in cui tutto si avvicinava». Un’esperienza che ha fatto nascere l’idea che quel lavoro potesse esistere davvero.

Nonostante la passione per il disegno, la scelta di intraprendere questa strada non è stata immediata: «Solo dopo la laurea triennale in Architettura ho deciso di provare a trasformare quella passione in un mestiere. Pensarsi in un lavoro che avesse a che fare con il disegno era complicato, penso sia una cosa comune a tante persone». Il passaggio decisivo è arrivato all’estero: prima un tirocinio a Stoccarda, dove ha iniziato a realizzare illustrazioni per i cataloghi per bambini di un museo d’arte, poi la formazione in Svizzera: «Io arrivavo e non avevo mai aperto un programma di disegno. Era un po’ fake it till you make it. Ma vedendo che qualcuno mi faceva lavorare e che nessuno si lamentava ho pensato: proviamo a studiare davvero questa cosa».

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Il successo internazionale è arrivato con The Journey (Il viaggio), libro che racconta la migrazione dal punto di vista di un bambino. Un tema nato da una ricerca sulla storia dell’emigrazione italiana ma che presto ha assunto un significato più universale: «Mi prendeva questa universalità del tema della migrazione: appartiene alle persone ma anche agli animali, alla natura. Ci sono tanti tipi di storie di migrazione». Quando il libro è stato pubblicato, però, è arrivata anche una consapevolezza inattesa: il momento in cui l’opera non appartiene più al suo autore: «È sempre il momento più pauroso: quando il libro diventa degli altri. Io ho una grande ansia di controllo e ho dovuto imparare che una volta stampato non puoi più cambiare nulla».

Nei suoi lavori compaiono spesso temi emotivamente complessi, dall’ansia alla paura, fino alle questioni identitarie, supportati da un linguaggio visivo capace di parlare ai più piccoli: «Passo molto tempo a fare ricerca prima di fare un libro. Quando lavori a lungo su un tema dev’essere qualcosa che senti molto dentro. Due anni a ragionare sull’ansia non è tanto bello, ma se è qualcosa che appartiene alla tua vita diventa quasi inevitabile. Sono abbastanza lenta a lavorare e le mie pubblicazioni le alterno un po’ con libri che scrivo con altri autori e autrici». Proprio a maggio uscirà il suo nuovo libro illustrato, Princess Pete, scritto dall’autrice e attivista trans Zoe Allen. Il protagonista è Pete, un personaggio non binario la cui storia viene raccontata con un testo essenziale e con un forte lavoro visivo: «Il testo è molto semplice, una riga per pagina. Allora abbiamo fatto un gioco visivo con forme astratte che a un certo punto compongono il riflesso di Pete. Il linguaggio visivo aiuta moltissimo a dare sfumature quando si parla di categorie e identità».

Nonostante una carriera internazionale, resta un legame forte con la Sardegna: «Mi presento sempre dicendo: “Sono Frenci, vengo dalla Sardegna”». Una connessione che oggi sta diventando anche materia creativa: l’autrice sta infatti lavorando a un nuovo progetto proprio sull’isola e sull’identità: «È un progetto che avevo in testa da anni. Tornare qui a lavorarci per qualche settimana è stato molto intenso e a un certo punto è uscito tutto».

E alla domanda finale su cosa direbbe alla sé bambina che disegnava in Sardegna, la risposta torna all’origine di tutto: il disegno come strumento per capire il mondo. «Mi chiedevo sempre: “Ma io so disegnare?”. Poi ho capito che disegnare è più un modo per cercare di capire le cose. È un linguaggio, come per altri sono le parole. Quello che mi direi oggi è: continua così, perché così capisci».

info / @frencisan

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