Il cinema è un’arte fatta di immagini, colori, luci e dettagli capaci di raccontare una storia anche senza bisogno di parole. Eppure, in un mondo in cui bambini e ragazzi sono continuamente esposti a contenuti audiovisivi, conoscere il linguaggio cinematografico non è affatto scontato: è da questa riflessione che parte la conversazione con Manlio Castagna, scrittore, sceneggiatore e profondo conoscitore del cinema, ospite di Sergio Benoni in questa puntata speciale di Un caffè a Radio X dedicata al festival Tuttestorie, in corso all’EXMA di Cagliari fino all’11 ottobre.
«Il mondo sta cambiando in fretta e per quanto riguarda i ragazzi e il rapporto con il grande schermo mostra tantissimi vuoti e lacune anche sul linguaggio cinematografico. Mi piace andare sempre di più e più spesso nelle scuole a parlare di cinema, perché ce n’è bisogno: senza una cultura e un’educazione al cinema anche lo sguardo è impoverito».
Castagna, che sarà protagonista di un incontro in programma domenica alle 18:30 dal titolo “Il filo nascosto – Il linguaggio segreto degli abiti nei film“, si è soffermato sull’importanza del ruolo dei costumi nella costruzione di una storia: «Talvolta si dimentica che il cinema è un’arte totale dove ogni elemento della messa in scena concorre al significato del film. Si parla sempre del regista, ovviamente, a volte della fotografia, delle luci, dei colori… Però si dimentica che a parlare e a raccontare il film ci sono anche i costumi, gli abiti. Per dimostrarlo partirò da un piccolo test: mostrare al pubblico immagini di abiti senza rivelare il volto degli attori, per provare a riconoscere i film da cui provengono.»
Inevitabile una riflessione sul rapporto tra le nuove generazioni e le immagini, che oggi si trovano a fare i conti con una grande abbondanza di contenuti on demand che hanno cambiato le abitudini di visione. Per Castagna, il problema non è soltanto la varietà dell’offerta, ma la difficoltà di andare oltre ciò che si conosce già: «I contenuti brevi hanno disabituato il cervello ai contenuti più lunghi come può essere un film, ed è abitudine tra i più giovani tornare ripetutamente sulle stesse serie e sugli stessi titoli, persino quando hanno a disposizione un catalogo molto ampio. Anche mia figlia, che pure è abituatissima al cinema, educata a vedere, ama il cinema, ha a disposizione tutte le piattaforme, tende a rivede continuamente gli stessi… Rivede Mercoledì, Stranger Things, Teen Titans Go! e così via.» La familiarità, se da un lato risulta rassicurante, può finire per restringere gli orizzonti: «Compito nostro come adulti è quello di invece proporre continuamente, di guardare, di stimolarli alla visione di altri contenuti. Per i più piccoli, dai sette-otto anni, il consiglio è di avvicinarsi all’animazione giapponese di Hayao Miyazaki, cominciando da Ponyo sulla scogliera e Il mio vicino Totoro, per arrivare a opere più complesse come La città incantata e Il ragazzo e l’airone. Per i ragazzi delle scuole medie, invece, suggerirei Close di Lukas Dhont, un film sull’amicizia e sulle conseguenze dolorose che possono nascere da una parola sbagliata o da un episodio vissuto a scuola. È un film che andrebbe visto e andrebbe discusso, perché poi una cosa importante è che i film vanno anche guardati insieme, ma anche raccontati insieme e discussi insieme».
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