Alla vigilia dell’inaugurazione della sua nuova mostra alla Fondazione di Sardegna, il fotografo Luca Tamagnini si racconta ai microfoni di Un caffè a Radio X. Un’occasione per ripercorrere una carriera lunga e stratificata, ma anche per raccontare uno sguardo che negli anni ha saputo restituire la profondità e la sacralità del paesaggio marino, in particolare quello sardo.
Autore di numerosi volumi dedicati al mare italiano e vincitore del Tridente d’Oro dell’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee, Luca Tamagnini è tra i più importanti interpreti del paesaggio costiero del nostro Paese. Ha collaborato con Folco Quilici per una serie di quattordici volumi dedicati alle aree marine protette e ha esposto alla Biennale di Venezia 2011. Mimmo Jodice lo ha premiato nel 2013 con il “Mare Nostrum Awards” per la fotografia. Nel 2018 ha pubblicato per PhotoAtlante il volume fotografico Italia Paesaggio Costiero con la prefazione di Italo Zannier. Nel 2024 ha partecipato alla mostra internazionale Siamo Mare, promossa dal Ministero degli Affari Esteri in occasione del viaggio intorno al mondo della nave scuola Amerigo Vespucci.
Tamagnini, nato in Somalia, porta con sé un rapporto con il mare che affonda nell’infanzia: “Quello di Mogadiscio era un mare completamente diverso, era un oceano, aveva la barriera corallina, gli squali. Era una biodiversità infinita…”. La svolta arriva con l’incontro con Folco Quilici, con cui inizia una collaborazione fatta di viaggi ed esperienze meravigliose: “Lui ha incominciato a farmi scoprire il Mediterraneo. Proprio grazie a quel percorso è arrivato il primo incontro con la Sardegna: il primo posto dove ho messo la maschera… è stata proprio Tavolara”. Un momento carico di meraviglia, ma anche di sorpresa: “Mi ricordo che mi tuffai e rimasi però deluso perché non c’erano i pesci… di un mare tropicale. Eppure, accanto a quella delusione, resta l’impressione fortissima della luce e dell’acqua: questa meravigliosa trasparenza, questo mare cristallino della Sardegna”.
Quel primo incontro si è trasformato in un lavoro lungo decenni. Un percorso guidato anche da una lezione precisa, ricevuta proprio da Quilici: “Quando si viaggia e si cercano dei luoghi da raccontare… non bisogna esagerare nel documentarsi troppo prima… è meglio lasciarsi stupire”. Il suo sguardo oggi si concentra su ciò che resta, su ciò che resiste nel tempo, e che è tra le preziose specificità della Sardegna: “Stavamo lavorando insieme appunto a Folco su dei libri sui mari d’Italia. La marina militare ci aveva diciamo sponsorizzato questo progetto: con i suoi elicotteri avevamo sorvolato la Sicilia, la Calabria, la Puglia, l’Adriatico e quando arrivai in Sardegna, vedendola dall’alto, la differenza fu evidente: mi scorreva davanti un paesaggio, un nastro di coste una dietro l’altra ancora perfettamente integre. In Sicilia, in Calabria purtroppo è tutto costruito, rovinato, i tratti integri sono piccoli pezzi che poi in elicottero fai in un attimo. E quindi anche in Sardegna m’aspettavo da un momento all’altro di vedere un villaggio turistico. Ma invece queste coste ancora adesso sono meravigliose. Sì, ci sono state delle operazioni immobiliari per carità, però la Sardegna ha capito in tempo gli errori fatti.”
In un tempo in cui il Mediterraneo appare sempre più segnato da pressioni ambientali e turistiche, la Sardegna offre un raro esempio di continuità naturalistica. Il suo è un lavoro fatto di lentezza e ostinazione, lontano dalla rapidità dell’immagine contemporanea: “Devo piazzare il cavalletto… mi piace fare delle pose lunghe… devo stare ben saldo su una roccia”. Un processo che richiede tempo, ritorni, attese, dove il paesaggio costiero diventa così memoria e identità: “Un paesaggio eterno… lo stesso che vedevano i vari Ulisse, gli antichi navigatori”.
La mostra alla Fondazione di Sardegna
Il 14 maggio, alla Fondazione di Sardegna, inaugura la sua nuova mostra personale, “Mediterraneo dei primordi“, un’esposizione, visitabile sino al 15 settembre, che raccoglie 45 fotografie e attraversa oltre trent’anni di lavoro.
Al centro, ancora una volta, una Sardegna lontana dagli stereotipi: “Io non mostro quello che succede in Sardegna d’estate… D’inverno le spiagge tornano quelle che sono. Immortalarle così serve a far capire questa metamorfosi del nostro paesaggio tra l’estate e l’inverno. Una volta si andava al mare senza pensare di avere l’assistenza di uno stabilimento, si stava al mare e la spiaggia era immensa e libera, e c’era spazio per tutti. Adesso sembra che non si possa fare a meno degli stabilimenti. Però, e in Sardegna siete gli unici, li fate ancora smontare e quindi d’inverno le spiagge tornano quelle che sono; con il loro incanto, la loro primordialità. E le puoi fotografare in tutta solitudine col tuo zaino in spalla. Ma ho visto che non sono solo io: la Sardegna con le luci invernali, con certe situazioni di mare che d’inverno è completamente diverso, attira molta gente che si avvicina alla fotografia della costa proprio perché ne rimane incantata.“
info / Fondazione di Sardegna
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