Giuliana Sgrena: raccontare la guerra per essere pacifisti :: Speciale Festival Incipit

Un viaggio nei conflitti del mondo, tra etica del racconto e il prezzo umano del giornalismo di guerra

sgrena incipit fotodietrichsteinmetz
Giuliana Sgrena al Festival Incipit (foto Dietrich Steinmetz)

Quarant’anni di vita e di lavoro passati nei luoghi dove la storia si scrive tra le macerie. Al Festival Incipit, Giuliana Sgrena è stata protagonista dell’incontro “Me la sono andata a cercare. Diari di una reporter di guerra”, presentazione del libro in cui la giornalista ripercorre la sua esperienza di inviata nei paesi segnati dai conflitti: dall’Algeria alla Somalia, dall’Afghanistan all’Iraq. A dialogare con lei, Daniela Dirceo, che ha guidato un confronto intenso sul senso del giornalismo, sul pacifismo e sulla responsabilità del racconto.

Sgrena, storica firma de “il manifesto”, ha chiarito subito il nodo centrale del suo lavoro: «Essere pacifista non significa voltarsi dall’altra parte. Io penso che il modo migliore per essere pacifista e giornalista sia quello di raccontare gli orrori della guerra», ha affermato, ricordando come il suo racconto sia sempre stato dalla parte delle vittime: «Se racconti gli orrori della guerra, è il modo migliore per cercare di convincere le persone che la guerra non serve a niente, che è solo contro la popolazione di un paese».

Un racconto che, però, ha sempre cercato di evitare quello che lei stessa definisce il rischio della “pornografia del dolore”: «Ho sempre cercato di rispettare le vittime, perché anche le vittime hanno il diritto di essere rispettate quando si trovano in situazioni terribili», ha spiegato, ricordando episodi estremi vissuti in Algeria negli anni Novanta: «Non volevo entrare nei piccoli particolari per raccontare cose terribili: bastava dire quello che succedeva». Un approccio che spesso si è scontrato con le logiche dell’informazione occidentale: «Mi ricordo un giornalista a cui dissero che non c’era abbastanza sangue per andare in prima pagina».

Nel libro, un ruolo centrale lo hanno le donne. Quelle incontrate nei paesi arabi, in particolare in Algeria, che Sgrena chiama spesso “amiche”. Un legame che l’ha aiutata a trovare una postura diversa nello sguardo occidentale: «Non dovevo rinnegare la mia identità per avere un rapporto basato sulla parità e sul riconoscimento reciproco. Loro mi dissero: tu devi essere come sei per essere interessante per noi». Un insegnamento che l’ha accompagnata anche negli incontri con leader islamisti radicali: «Quando hanno deciso di concedermi un’intervista sapevano benissimo che lo facevano a una giornalista occidentale e non mi hanno mai chiesto di mettere il velo». Da qui una critica netta a una certa estetizzazione del racconto: «Mettersi il velo per noi è un vezzo, per molte donne è un simbolo di oppressione per cui rischiano la vita. È un disprezzo delle loro lotte».

Il titolo del libro, Me la sono andata a cercare, richiama una delle accuse più frequenti rivolte alla giornalista dopo il suo rapimento in Iraq nel 2005. Un’accusa che Sgrena ha detto di aver sentito per vent’anni.

«Dicevano che se fossi stata a casa a fare la calza non mi sarebbe successo niente. È vero, ma io avevo deciso di fare un altro mestiere».

Un mestiere che comporta rischi, ma che resta necessario: «Per informare si assumono dei rischi. Non è una missione, è un lavoro».

Nel corso dell’incontro, Sgrena ha anche affrontato uno dei capitoli più delicati del suo libro: l’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Amica e collega di Alpi, ha raccontato una versione diversa da quella dello “scoop”, basata sulla sua esperienza diretta in Somalia. «Il 99% degli italiani pensa che siano stati uccisi perché avevano fatto uno scoop. Io e altri giornalisti che frequentavano la Somalia in quel periodo siamo arrivati a conclusioni diverse. […] C’era una serie di elementi che provocavano una voglia di vendetta da parte dei somali contro gli italiani.»

Ampio spazio anche al racconto dell’Iraq, dall’uso del giornalismo embedded alla manipolazione delle immagini. Emblematico l’episodio dell’abbattimento della statua di Saddam Hussein a Baghdad: «Quell’immagine è stata raccontata come l’esultanza degli iracheni, ma in piazza c’eravamo solo noi giornalisti». Un esempio di quella che Sgrena definisce “militarizzazione dell’informazione”, dove la verità viene piegata alle esigenze della propaganda.

Il momento più drammatico resta il rapimento, i 28 giorni di prigionia e la successiva liberazione, segnata dalla morte di Nicola Calipari. Un evento che, come ha detto lei stessa, ha cambiato per sempre il significato di quella data: «Il 4 marzo non è la mia liberazione, è la morte di Nicola Calipari». Raccontando gli ultimi istanti in auto verso l’aeroporto, Sgrena ha ricordato il gesto che le ha salvato la vita: «Calipari si è buttato sopra di me. Ho sentito il suo corpo appesantirsi». Cinquantotto colpi sparati dalla pattuglia americana, uno solo al motore: «Questo non mi ha mai permesso di essere felice della mia liberazione».

Un incontro intenso, che ha restituito tutta la complessità di un giornalismo fatto di presenza, responsabilità e dubbi. Un giornalismo che, come ha ribadito Giuliana Sgrena, resta essenziale: «Garantire l’informazione è fondamentale», anche – e soprattutto – quando raccontare significa esporsi in prima persona.

L’INCONTRO SU YOUTUBE

SCARICA IL PODCAST


Scopri di più da RADIO X

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.