La memoria dell’emigrazione, la trasformazione industriale del Sulcis, il rapporto tra politica e responsabilità pubblica. Sono questi alcuni dei temi al centro di questa puntata di “Un caffè a Radio X”: l’ ospite di Ilene Steingut è Tore Cherchi per una lunga conversazione sulla sua storia personale e politica, dagli anni della formazione fino a uno sguardo schietto sul presente.
Dalla formazione a Sassari all’arrivo a Cagliari, Cherchi racconta la scelta di ingegneria mineraria e la passione per l’industria metallurgica, in un periodo in cui il settore offriva ancora grandi prospettive occupazionali: «La prima volta che sono stato a Cagliari sono arrivato in autostop per iscrivermi all’università. Allora si viaggiava benissimo in autostop. Le persone erano generose e disponibili verso gli studenti spiantati. […] A me piace l’industria, francamente. Ho rifiutato un posto all’ENEL per trasferirmi a Portovesme, per lavorare nei servizi tecnologici nell’industria dell’alluminio».
Da lì nasce anche il suo legame definitivo con il Sulcis, in un racconto personale che si intreccia continuamente con quello collettivo di una generazione cresciuta tra sacrifici e mobilità sociale: «Sono il figlio di un operaio, mio padre è emigrato e purtroppo c’è morto anche da emigrato, in Germania. Era una storia comunissima. Se mi giro attorno e penso a quelli della mia classe, quella era una cosa normale». Da qui anche la riflessione sull’importanza delle riforme scolastiche e del diritto allo studio negli anni Sessanta e Settanta: «Le famiglie non ci davano soldi, non perché non ce le volevano dare, perché non ne avevano. Il presalario consentiva di studiare. Così mi sono potuto prendere la laurea con profitto in ingegneria».
Il passaggio alla politica avviene dentro il clima del Sessantotto e della militanza nel Partito Comunista Italiano: «Era una stagione di speranza. Questa generazione pensava di poter cambiare il mondo».
Ampio spazio viene dedicato anche alla crisi del Sulcis e alle difficoltà della riconversione industriale, tra visioni di ora e di allora e responsabilità politiche: «Se i bilanci sono negativi, non posso dire mi chiamo fuori». Secondo l’ex sindaco di Carbonia il problema principale non è l’assenza di risorse, ma l’incapacità di trasformarle in risultati concreti. Come per il Piano Sulcis: «Ha messo a disposizione 160 milioni di euro, mica bruscolini. Quei soldi sono stati spesi? No».
Ma quindi il problema sono i politici o la burocrazia? «Il primo, i politici. Leggi e regolamenti sono strumenti. Se un regolamento è complesso, lo cambi. Quando un dirigente non funziona, lo cambi». Per Cherchi il nodo centrale resta quello della responsabilità pubblica. Una cultura amministrativa che, secondo lui, oggi spesso manca: «Molte volte si mettono a dirigere persone che servono sul piano politico, che sono clientes».
Nel finale una riflessione sul rapporto tra politica e nuove generazioni: «Non condivido il giudizio negativo sui giovani, non è vero. Al contrario, nei movimenti contemporanei ci sono segnali importanti di partecipazione. Non è vero che siano disimpegnati, anche l’ultimo referendum l’ha dimostrato». E guardando alle grandi crisi globali, dalle guerre ai nuovi poteri economici, conclude con un auspicio: «Spero che ci sia un nuovo ’68, in forme diverse. Quello che forse dovrebbero far partire dai partiti, dai partiti della sinistra, è consentire davvero il protagonismo. Io non ho nemmeno i codici per comunicare coi giovani, per fortuna ne sono consapevole. Sono stato molto colpito dal fatto che tanti giovani nel mondo, dal Madagascar al Marocco, all’Indonesia, si siano presi come simbolo la bandiera dei pirati di One Piece. Mio nipote mi ha spiegato che One Piece racconta di una flotta che va all’assalto dell’Impero Mondiale Spero che magari sotto questa bandiera, o un’altra, quello che vogliono, però che ci sia un rivolgimento.»
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