La docente e direttrice del Master in Giornalismo dell’Università di Cagliari, ospite di Sergio Benoni a Un caffè a Radio X, racconta l’evoluzione della formazione, le opportunità professionali per i nuovi comunicatori e il rapporto delle giovani generazioni con l’informazione.
«Le manifestazioni a cui stiamo assistendo non sono altro che un elemento che emerge quando gli altri tipi di comunicazione non funzionano. I messaggi che si stanno portando avanti con queste proteste non è che non li abbiamo mai sentiti esporre, e non è che siano esigenze che non siano mai state fatte presenti. Il problema è che nessuno le ha mai seriamente ascoltate». Elisabetta Gola, docente della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università di Cagliari e direttrice del nuovo Master in Giornalismo, è l’ospite di Sergio Benoni in questa puntata di Un caffè a Radio X per una conversazione che parte dalla formazione dei futuri professionisti dell’informazione per allargarsi alle trasformazioni del giornalismo, al ruolo dei social network e a una riflessione sul rapporto tra giovani, società e comunicazione.
Parlare di giornalismo significa inevitabilmente confrontarsi anche con il modo in cui le nuove generazioni si informano: «Quando facciamo delle survey in aula, le risposte vertono sempre sul fatto che si informino sul digitale. Un’informazione custom, molto sui social, seguono le persone, seguono i divulgatori scientifici oppure le persone di cui in qualche modo si appassionano e questo è il modo in cui si informano più frequentemente». Un modello di fruizione personalizzato, che porta ciascuno a costruirsi un proprio percorso informativo attraverso contenuti, interessi e figure di riferimento, ma che pone anche una questione fondamentale: come distinguere le fonti attendibili da quelle che diffondono informazioni imprecise, manipolate o apertamente false? «Ormai quando chiediamo “leggi i giornali?”, la risposta più o meno la sappiamo. Forse anche il giornale deve cambiare un po’ formato se vuole essere letto. In un ambiente in cui i contenuti si moltiplicano e le informazioni circolano con estrema rapidità, il rischio è quello di fermarsi a frammenti isolati, senza riuscire a collegarli in una ricostruzione comprensibile dei fatti. Arrivi al giornale quando hai un’esigenza più di approfondire, di capire meglio qualcosa che vedi che ti sta sfuggendo e di cui hai soltanto delle briciole sparse nella rete che non ti creano un quadro comprensibile di quello che sta succedendo. È qui che il giornalismo professionale conserva una funzione essenziale: verificare, contestualizzare, mettere in relazione le informazioni e offrire strumenti per orientarsi nella complessità.» Un lavoro che richiede competenze specifiche, ma anche attenzione al modo in cui le notizie vengono presentate. La scelta di un titolo, lo spazio assegnato a un fatto, la decisione di metterlo in apertura o relegarlo nelle pagine interne possono influenzare la percezione del pubblico e la gerarchia con cui gli avvenimenti vengono interpretati: «L’approccio critico con l’informazione è fondamentale. Leggere e ascoltare non significa soltanto acquisire dati, ma anche interrogarsi sulle fonti, sulle intenzioni e sui significati impliciti di ciò che viene comunicato.»
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