«Non è vero che esiste una soluzione astrattamente giusta: progettare significa mediare tra interessi, tradurre bisogni e desideri in spazio. È un processo in cui il ruolo umano resta centrale, perché fatto di compromessi, interpretazione e relazione».
Ivan Blecic è l’ospite di Ilene Steingut in questa puntata di Un caffè a Radio X, per un dialogo che attraversa città, formazione e trasformazioni tecnologiche.
Urbanista e docente di pianificazione, Blecic ci ha raccontato il suo percorso, dall’Istria fino alla Sardegna, e la sua passione per lo studio delle città come fenomeno complesso: «Il dipartimento dove ho studiato si chiamava DAEST, è un dipartimento dal titolo “Dipartimento di Analisi Economica e Sociale del Territorio”. Lì si facevano corsi che sono molto legati a processi economici, sociologia, analisi di politiche, tutte cose che forse adesso si insegnano di meno; era una interessante stagione in cui, diciamo, la fascinazione per questo oggetto stravagante, strano, che però allo stesso tempo inevitabile che è la città mi affascinava.»
Tra i temi dell’intervista, spazio all’impatto dei social e delle tecnologie digitali sui giovani e sull’apprendimento: «Gli studenti sono immersi in una socialità permanente, senza più momenti di disconnessione. Questo genera anche un sovraccarico mentale». Ma il cambiamento più significativo riguarda il ruolo stesso dell’università: «Quello che insegno io, spesso si trova già online, anche meglio. Allora bisogna chiedersi quale sia il valore dell’aula». La risposta sta in un ripensamento radicale della didattica, che non può più essere trasmissiva ma deve diventare interattiva, basata su confronto, esercitazione e costruzione critica del sapere. In questo scenario si inserisce anche l’intelligenza artificiale, che Blecic invita a non leggere in chiave esclusivamente sostitutiva: «Le macchine potranno svolgere molte attività tecniche, ma il cuore del lavoro resta nella capacità di comprendere e mediare tra interessi diversi».

Anche nell’università, infatti, il tema non è bloccare questi strumenti ma integrarli: «Non si tratta di espellerli, ma di usarli in modo consapevole, come supporto all’apprendimento». Un processo già in atto, tra resistenze e sperimentazioni, in cui studenti e docenti condividono una consapevolezza nuova.
Lo sguardo si sposta poi su Cagliari, osservata come caso urbano concreto: «Una città con una base economica solida rispetto al contesto regionale, ma che vive anche delle dinamiche di spopolamento del resto dell’isola. In questo equilibrio fragile, la sfida principale diventa l’accesso alla casa: non riguarda solo le fasce più fragili, ma studenti, giovani coppie, lavoratori. È su questo che si gioca l’attrattività della città».
In chiusura, il consiglio ai giovani che vogliono studiare e progettare la città guarda al futuro del lavoro: «Siate flessibili, capaci di muovervi tra più ambiti. Non specialisti rigidi, ma nemmeno generalisti superficiali. Meglio essere una volpe che sa molte cose, piuttosto che un riccio che ne sa una sola».
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