Al Festival Incipit Tonia Mastrobuoni, intervistata da Michele Pipia, ha raccontato l’indagine sulla destra radicale tedesca, tra comunità völkisch, AfD, pressioni politiche e violenza.
«Quello che fa paura è che non parliamo più di nostalgie, ma di strategie». È da qui che parte l’incontro con Tonia Mastrobuoni, ospite del Festival Incipit e autrice de “La peste – Indagine sulla destra in Germania” (Feltrinelli), intervistata da Michele Pipia. Un dialogo che scava nelle radici, nelle connessioni e nelle trasformazioni dell’estrema destra tedesca, raccontata non come un fenomeno marginale, ma come una rete ramificata e ormai strutturata.
Mastrobuoni, inviata di Repubblica da Berlino, ha chiarito subito perché in questo libro abbia scelto di concentrarsi esclusivamente sulla Germania: «La prima volta che mi sono incuriosita di questo fenomeno è stato nel 2014. Da allora ho cominciato un viaggio che mi ha portata in villaggi, campagne, piccole città, dove ho scoperto una ragnatela sempre più ampia». Un lavoro che non si misura in chilometri, ma in anni, e che nasce dall’osservazione diretta di comunità apparentemente innocue, dietro cui si nascondono ideologie violente ed escludenti.
Al centro del racconto ci sono i Völkischen, definiti dall’autrice come “bio-nazisti”, gruppi che uniscono ambientalismo radicale, ritorno alla terra e razzismo etnico: «Non sono riconoscibili come gli skinhead classici. Sono vestiti in modo normale, si impegnano nell’associazionismo locale, aiutano il vicino di casa. E intanto avvelenano le comunità». Una colonizzazione silenziosa, che passa dai piccoli gesti quotidiani e si radica nelle zone rurali della Germania.
Tra i tanti racconti, spicca una delle storie simbolo di questa avanzata: quella di Birgit e Horst Lohmeyer, una coppia che vive in un minuscolo villaggio circondata da decine di neonazisti: «Non sono scappati. Sono rimasti. E per questo sono stati minacciati, hanno bruciato loro il fienile, vivono sotto pressione continua». Il libro intreccia queste storie con un’analisi storica e ideologica profonda: «I Völkischen, affondano le radici alla fine dell’Ottocento, come reazione all’industrializzazione, con un’idea spirituale ed etnica dell’identità tedesca che discende anche da filosofi come Fichte». Una visione che rifiuta la modernità, identificata con il nemico di sempre: «L’antisemitismo è centrale. La modernità, la medicina, l’industria vengono viste come diavolerie ebraiche».
Da qui il legame con i movimenti No Vax, con il complottismo, con l’idea di una purezza da preservare anche attraverso l’alimentazione biologica e la vita rurale: «Il Covid è stato un momento di grande convergenza tra tante destre radicali europee. Queste comunità non sono isolate ma assolutamente interconnesse.» Il punto di arrivo politico di questa galassia è l’AfD, Alternative für Deutschland: «L’AfD è solo la punta dell’iceberg. Dietro c’è una rete che comprende neonazisti, identitari, hooligan. Tutti collegati. Una rete che oggi si traduce in percentuali elettorali intorno al 20 per cento e in una crescente pressione sulla democrazia tedesca.»




Non manca il racconto della violenza: sindaci costretti alle dimissioni, politici aggrediti, intimidazioni quotidiane. Emblematico il caso di Markus Nierth, ex sindaco di Tröglitz: «Era devastato. Mi disse: ho perso la mia battaglia. Ma accanto alle sconfitte ci sono anche le resistenze, come quella del pastore Martin Rabe, che ha inventato la “croce disuncinata” come simbolo opposto alla svastica e gira le scuole per contrastare l’indottrinamento.»
Ampio spazio è dedicato anche ai legami tra estrema destra e mondo economico. Dalla figura del “barone del latte” Theo Müller, apertamente vicino all’AfD, alle reazioni di aziende e associazioni che invece prendono le distanze: «Alcune imprese hanno detto chiaramente: con l’AfD non vogliamo nessun dialogo, perché è un partito antidemocratico». Il confronto tocca infine la figura di Alice Weidel, leader dell’AfD, e le sue contraddizioni: «Ormai abbiamo imparato da tanti esempi che essere lesbiche non vuol dire per forza essere progressiste. Io ebbi la fortuna, per lavoro, di andare a sentirla a uno dei suoi comizi, e capitai proprio in quello in cui spiegò perché è lesbica e allo stesso tempo nell’AfD, che è la cosa che apparentemente non funziona. Tu sei in un partito di estrema destra, omofobo, transfobico, tradizionalista sulla famiglia, eppure lei spiegò dal palco, senza esitazioni, il suo punto di vista. Disse: “Io sono lesbica e sono nell’AfD perché quando la sera torno a casa voglio essere sicura di riuscire ad arrivare alla mia porta senza essere stuprata dai migranti”. In sostanza giustificava il fatto di essere lesbica e di estrema destra con la paura dei migranti. Per lei, in questo modo, tutto tornava».
La peste, chiarisce l’autrice, non è solo un titolo evocativo: «È qualcosa che sta avvelenando la democrazia in Germania». Un’inchiesta che guarda alla Germania, ma che parla anche all’Europa, chiamata a interrogarsi sulle proprie fragilità.
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