«Ero sdraiato sulla spiaggia di Cala Mariolu e ho detto: “Io da qui non ci vado via più”». Da quel momento, per Jon Brownstein, americano in vacanza, la Sardegna smette di essere una meta estiva e diventa una casa. A raccontarlo ai microfoni di Un caffè a Radio X è lui stesso, in una lunga chiacchierata con Ilene Steingut che ripercorre il suo percorso: dagli studi in Italia al colpo di fulmine con l’isola, dalla tecnologia al cibo, dai prodotti sardi esportati negli Stati Uniti ai suoi tour immersivi tra artigiani, paesi e storie.
La scintilla arriva negli anni ’90, quasi per caso: «Stavo insegnando italiano per l’Università del Michigan a Sesto Fiorentino… avevo un mese libero e sono finito in vacanza in Sardegna». Complici i consigli dell’amico Giorgio e un gruppo di ragazzi sardi che lo accolgono come un fratello, quella prima esperienza diventa decisiva. «Ho detto: io rimango in Sardegna. E così ho fatto. Ho finito il master e poi sono tornato».
Per anni Brownstein lavora nel digitale, un mondo che gli dà soddisfazioni e amici, ma a un certo punto sente il bisogno di cambiare rotta: «Avevo bisogno di fare una cosa concreta, che avesse a che fare con le persone. La risposta l’ho trovata nel cibo, stra importante nella mia famiglia, e da un legame sempre più profondo con la cultura sarda.»
Oggi Jon esporta prodotti sardi dell’isola in America, dove uno dei suoi figli gestisce una paninoteca totalmente “made in Sardinia”, e accompagna visitatori da tutto il mondo in percorsi enogastronomici lontani dai classici itinerari turistici: «Non ho il turista tipico che vuole vedere Firenze o Roma: quelli l’hanno già fatto. Sanno già cos’è un nuraghe. Quello che vogliono è la realtà». I suoi viaggi sono lunghi, immersivi: «Divido l’isola in quattro quadranti. Facciamo uno, due giorni di mare. Il resto è interno, artigiani, persone. Li porto fuori dalla loro comfort zone». Niente resort né letti king size, ma case autentiche, pasti cucinati in famiglia, riti lenti e paesaggi che cambiano ritmo al tempo: «Io cerco di mettere insieme le persone. Non sono una guida: lavoro con chi conosce profondamente i luoghi. Il mio compito è essere un enzima».
Tra i momenti più intensi dei suoi tour, Jon cita senza esitazione Montresta: «Lì la mia amica Leonarda ci apre casa sua… facciamo il pane di mattina, mani in pasta, benvenuto con Malvasia e pane appena tolto dal forno. È una giornata magica.». L’autenticità, però, è fragile. Il rischio di trasformarla in spettacolo esiste: «Io mi sento una grande responsabilità. Fra far star bene le persone e far conoscere la vera Sardegna c’è una linea sottile. In un tempo in cui tutto diventa “experience” da vendere, bisogna stare attenti a non inseguire il folklore confezionato. Io non faccio marketing. L’unica cosa che chiedo ai miei compagni di viaggio è se posso mettere tre o quattro foto su Instagram. E basta. Una foto, in quei luoghi, parla da sé».
Guardando avanti, Jon vede in Sardegna un potenziale enorme, a patto di valorizzare davvero territori e produttori: «Ho sempre pensato che l’isola sia ancora sconosciuta. E molti produttori adesso stanno lavorando bene». Il futuro del turismo per lui passa da qui: dalla cura delle relazioni, dalla lentezza e dalla capacità di dire qualcosa senza metterlo in vetrina: «Io mi sento sardo, anche se non lo sono. Ormai vivo più anni qui che negli Stati Uniti».
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